PRESS
Album
'Molto molto avvincente'
di Massimo Ghè Ghezzi
"È notte fonda. Una ragazza sta camminando a passo rapido e nervoso su di un marciapiede scarsamente
illuminato all'esterno di un Club dal quale è appena uscita. Indossa una corta gonna di pelle nera, degli
stivaletti con tacco a spillo e calze a rete sulle sue lunghe gambe magre. Un giacchetto di jeans consunto
copre le sue spalle tremanti altrimenti nude. I suoi capelli neri, tenuti ritti dal gel, sono fradici della
pioggia che cadendo copiosa copre le lacrime che rigano il suo viso..."
È questa l'idea cinematografica che mi è balzata in mente fin dalle prime note di questo "Black Market Music",
recente release di questa band Nord-Europea, guidata da Mr. Brian Molko. Personaggio quest'ultimo che, grazie
alla sua verve iconoclasta e al sio totale anti-conformismo è riuscito in un batter d'occhio a scegliare
un pubblico annoiato e assente come quello della scorsa edizione di San Remo. Ricorderete senz'altro la scena
della chitarra spaccata sull'amplificatore al termine dell'esibizione e il conseguente inchino e sberleffo
ad una platea mugugnante. Bene, il Signor Molko condensa tutto il suo disprezzo per le consuetudini di un
mondo occidentale troppo schematizzato in dodici tracce originali e sfrontate.
Muovendosi all'interno di un contesto sonoro a metà strada fra il Bowie di Ziggy Stardust e il Mark Bolan
di The Soldier (entrambi idolatrati dal combo e omaggiati con rivisitazioni dei loro brani migliori),
i Placebo ci restituiscono una musica Rock libera dacondizionamenti e schemi ripetitivi,
fatta di rasoiate profonde generate dalla chitarra del singer, affogate in un tappeto sonoro fatto
anche di effetti sonori e remix in chiave quasi hip-hop.
Molko canta su diverse tonalità, dando alla sua maniera di esprimersi possibilità che fino ad ora non aveva esplorato,
cercando di trasmettere all'ascoltatore le sue molteplici visioni distorte, i suoi pensieri e le storie che ama narrare.
L'elettricità e l'attitudine glam scaturiscono da brani come "Days Before You Came", "Special K" "Black Eyed" e soprattutto
"Slave to the Wage" (quasi una "20th Century Boy" in chiave moderna) una song che posso definire come uno dei migliori
brani pop della scorsa stagione.
I ritmi distorti di questo album danno l'impressione di un disagio esasperante, di un dolore interno misto a
commiserazione per noi e per tutto ciò che ci sta intorno.
Da ascoltare preferibilmente nelle sere di grigia malinconia, o quando si ha voglia di pensare e basta.
Voto: 8/10
(MusicPlace.it, 2000)